L’universo negli specchi di Yayoi Kusama

di Antonio D’Onofrio

 

Kusama:Infinity di Haether Lenz è un viaggio a tappe cronologiche dentro la vita di Yayoi Kusama. Parte dall’educazione conservatrice ricevuta in Giappone, passando dal suo viaggio in America negli anni sessanta, per concludersi felicemente con la fama internazionale finalmente raggiunta nel mondo dell'arte. Kusama, oggi ottantenne, ha trascorso gli ultimi 30 anni vivendo in un istituto psichiatrico in Giappone.

Il riconoscimento, probabilmente tardivo, è arrivato negli anni ‘90 (il momento preciso può probabilmente fissarsi nel 1993 con la sua personale alla Biennale di Venezia), grazie all’insistenza ed alla caparbietà della donna, talmente determinata a ritagliarsi un posto come artista, da sfidare in sequenza tradizione e pregiudizi.

Le regole che infranse per prime furono quelle familiari. Considerati i tempi, alla vocazione artistica la sua famiglia avrebbe preferito un matrimonio. Obiettivo tanto più importante come figlia di facoltosi industriali, ed appartenente ad un ceto sociale privilegiato. Una prima forma di ostracismo ambientale superata rinunciando ad una rendita di classe per trasferirsi negli States, a New York, ricettacolo di fermento creativo. Dove però immediatamente venne a contatto con un universo dominato in maniera pressoché incontrastata da figure maschili, nel quale riuscì comunque a lasciare il segno con le sue infrazioni ad un modello che ancora la considerava un corpo estraneo e continuava ad espellerla. Nonostante le sue rimostranze, motivate da un talento straordinario.

Non che il ritorno in patria, nel 1973, fu maggiormente gratificante. Quel minimo di notorietà conquistata all’estero con enorme fatica, veniva azzerata dentro una società che assorbiva i cambiamenti epocali in atto con una velocità molto inferiore rispetto ai canoni nordamericani. Fino a quando l’enorme mole di lavoro, paradossalmente favorito da un disturbo ossessivo compulsivo, e le tracce disseminate durante il suo passaggio, trovarono qualcuno lucido abbastanza per rendergli giustizia.

In una forma documentaria classica Heather Lenz segue una progressione temporale lineare per presentare materiali ed opere realizzate durante i tantissimi anni di carriera di Yayoi, ottenendo un flusso panoramico sugli elementi rimasti inalterati nel tempo, come l’esuberanza cromatica, e le metamorfosi stilistiche di un inesauribile ed eclettica ispirazione. Per poi alternare alla memoria fornita dal repertorio audiovisivo il ricordo diretto dell’artista, con un’intervista che riconnette al presente le immagini del passato ed assicura una linea di continuità.

Anche senza spingere sulla ricerca di un effetto sperimentale, pur adottando criteri di esposizione comprovati dall’esperienza, alla regista bastano le fantasie di un quadro, o la genialità di una performance, per ottenere indirettamente uno sguardo espanso sulla vita di una donna che ha trasformato la propria individualità, e la sua psicosi, in un vettore di messaggi universali. E provocatoriamente equivocabili.           

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