Into The Wild: verso l’Alaska per trovare il senso della vita

Un senso che puoi trovare anche in fila al supermercato

La storia di Christopher McCandless, viaggiatore esteta ai confini della realtà, inizia ben prima del 2007, anno in cui Sean Penn, in qualità di regista, la porta sul grande schermo con Into The Wild. Le vicende di Chris, narrate nel romanzo Nelle terre estreme del 1996 di J. Krakauer, iniziano ancor prima, nel 1990. Partiamo da ciò che Into the Wild non è, ma potrebbe sembrare. Non è un ritorno dell’uomo alle origini. Non è un omaggio a Rousseau o, più banalmente, alla beat generation. È, piuttosto, la storia di un giovane benestante dal futuro promettente, fin troppo arrabbiato con una società e una cultura che riesce perfettamente a comprendere e a citare (in maniera quasi pedante) ma non a vivere. La sua partenza rappresenta, quindi, un momento fortemente simbolico in cui la rinuncia sancisce la nascita di una nuova identità: quella di un ragazzo, Alex Supertramp, che rifiuta la civiltà con l’obiettivo di immergersi nella natura incontaminata in cui intravede la possibilità di una vita autentica. Il cammino che percorre è scandito, più nel film che nel romanzo, dalle classiche tappe del più tradizionale romanzo di formazione. Penn imbastisce un racconto stratificato che fa dell’evidente messaggio e dell’imperfezione stilistica la sua colonna portante e la sua forza. La regia è infatti un perfetto mix tra uno stile classico, fatto di campi lunghi e messa in scena accademica e uno stile più moderno, con accelerazioni improvvise, rallenty, dissolvenze e i liberi pensieri del giovane che parla idealmente con lo spettatore sotto forma di titoli effettati. È possibile individuare un legame tra le scelte stilistiche e le dinamiche narrative: lo stile moderno ci mostra la rilettura che Chris stesso fa della sua vita; quello classico invece si palesa nella dimensione dell’incontro che McCandless fa con gli altri viaggiatori e con la vera natura, quella più selvaggia. Questo contrasto, presente in tutta l’opera, si carica così di una potenza narrativa ed emozionale come poche altre. Per due anni Christopher si è mosso da solo negli USA e nel Messico del Nord. Cominciò il suo viaggio nell’estate del 1990, andando in direzione Ovest verso la California e l’Arizona ove, causa alluvione, la sua automobile rimase irrimediabilmente bloccata. Decise così di abbandonare definitivamente la sua vecchia Datson nonché i suoi pochi averi e proseguire a piedi e in autostop. È qui che, cronologicamente, nasce Alexander Supertramp, pseudonimo o nome d’arte che Chris userà poi nei successivi mesi. Nel Settembre 1990 arrivò in South Dakota orientale e nel dicembre dello stesso anno attraversò il confine col Messico del Nord in kayak. Nei primi mesi del 1991 rientrò negli Stati Uniti: è allora che nacque l’idea di arrivare fino Alaska, viaggio che necessitava di equipaggiamento e quindi di soldi. Da qui il conseguente bisogno di lavorare anche in uno dei tanti Mc Donalds del paese.

Sebbene queste mete siano affascinanti, è innegabile che l’unico vero viaggio Into the wild, che ci tiene incollati allo schermo, è quello che porta Chris in Alaska. Aprile 1992, esattamente il 25 del mese, entra nello stato più freddo e desolato della nazione ed inizia lo Stampeide Trail: un percorso di circa 80 km tra andata e ritorno, lungo paesaggi sconfinati privi di abitazioni, senza strade nelle vicinanze da usare come piano B e praticabile solo a piedi. Trascorre circa 110 giorni nelle terre estreme del parco Nazionale di Denali, rifugiandosi in un vecchio autobus, battezzato poi “Magic Bus”. Qui Supertramp si procura cibo cacciando e pescando, raccogliendo bacche, radici e frutti della terra, senza mappe, orologio e soprattutto telefono. Sopravvive per ben cinque mesi alle ferree leggi della natura.

Scrive: Ho vissuto molto e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna.”

Chris decide di fare ritorno alla civiltà. È pronto! Purtroppo però non lo è il fiume Teklanika, attraversato mesi prima in Aprile, ma che, adesso, con il disgelo dei ghiacciai e della neve ha aumentato la portata del percorso d’acqua rendendolo impetuoso, pericoloso e non attraversabile. Torna quindi al bus in attesa di un momento più propizio, ma nelle settimane a seguire raccoglie per errore dei semi non commestibili. Gli effetti collaterali dell’indigestione dei frutti velenosi lo portano alla denutrizione fino alla morte, Agosto 1992. Poco prima di morire Chris condivide quello che realmente è il suo testimone, la risposta alle sue domande, la chiave di lettura di una vita serena; una risposta che ha pagato con la vita. E lo scrive nel suo diario di viaggio a caratteri cubitali:

“La felicità è reale solo se condivisa”

Purtroppo, però, se ne rende contro troppo tardi. Ma noi no!

La sua eredità non è nel mito da idolatrare e innalzare a coraggioso eroe emulando la sua stessa pericolosa e sconsiderata impresa. Il suo lascito non è un invito a partecipare a viaggi di gruppo che, per la modica cifra di 3000€, ­ripercorrono lo stesso tragitto di Chris, con tanto di foto ricordo dinnanzi al Magic Bus. Anzi, il viaggio e la scoperta di Supertramp non possono che perdere senso e valore in questo modo. Poco prima della sua morte il giovane è pronto a tornare a casa, dai suoi cari, a perdonare e dedicarsi ad una vita carica di affetti sinceri. Ripercorrere lo Stampede Trail in solitaria e a piedi è si un’esperienza indimenticabile, ma al tempo stesso molto rischiosa e sicuramente non per principianti. Negli ultimi anni diversi ammiratori di McCandless si sono persi rischiando la vita semplicemente per raggiungere il Magic Bus. Nel 2010 la giovane svizzera Calire Ackermann è annegata cercando di attraversare il Teklanika assieme ad un compagno di viaggio. Lo stato del Denali si è trovato costretto prima a mettere una copia del Magic Bus in un punto facilmente raggiungibile per saziare la fame di selfie dei folli turisti, per finire poi col dover spostare il reale bus addirittura in un museo. Ecco, davanti a tutto ciò, Supertramp muore nuovamente!

Per troppi raggiungere il bus rappresenta oggi il sogno di una vita. Per raggiungerlo è necessario percorrere lo Stampede Trail ed è possibile farlo solo in due modi. Il primo è con una guida ed un gruppo organizzato, il secondo è attraverso un pericolosissimo fai-da-te. Nel primo caso si può prenotare un tour presso una delle tante agenzie che offrono questo servizio. Spendendo dai 500 a 1500 (ma anche 3000) dollari si viene guidati attraverso i circa 40 km di trekking a piedi, in motoslitta o addirittura a bordo di una slitta trainata dai cani. Cosa c’è di Supertramp in tutto ciò? Certo, c’è sempre l’opzione in solitaria e a piedi, che in un gergo meno romantico potremmo definire come un tentato suicidio. E non è un’esagerazione viste le misure adottate dagli Alaskans negli ultimi anni. Per compiere un viaggio del genere è necessaria, infatti, una conoscenza profonda del luogo, scorte in abbondanza, vestiti pesanti (a marzo la temperatura arriva a -20) la giusta strumentazione e una bella dose di fortuna. Le motivazioni che mossero il giovane Chris nascono da un rapporto con la natura che merita di essere indagato andando oltre lo schermo di uno cellulare e di una foto che immortala lo scheletro di un vecchio bus. La natura di cui parlano sia Krakauer nel libro, che Penn nel suo film, è un altrove verso cui il viaggiatore si dirige costruendo itinerari che deviano dalla traiettoria del turismo e della quotidianità.

Non possiamo adottare il pregiudizio di chi vede Chris come un narcisista imprudente, ma neanche possiamo parteggiare per chi lo idolatra come un breaveheart moderno lanciandosi in quello che possiamo tranquillamente definire un pellegrinaggio in Alaska piuttosto che un viaggio. C’è una sottile ma fondamentale linea tra viaggiare e scappare, tra essere introverso e asociale. Io stessa ho realizzato viaggiando, spesso anche in solitaria e per lungo tempo, che è possibile vedere luoghi stupendi, entrare realmente in contatto con Pachanama (ndr. La madre terra), metterti alla prova per sopravvivere… ma non troverai necessariamente te stesso. Tutto questo ti servirà forse, e sottolineo forse, solo ad aumentare le possibilità di riuscirci. Rendere omaggio a Chris significa mettersi in cerca di sé stessi, non seguendo la sua di strada, ma creandone una nostra. Non ripetendo i suoi stessi errori ma facendone tesoro. Non c’è bisogno di rischiare la vita, che sia in Alaska o altrove per uscire fuori. Fuori dagli schemi, fuori da un futuro programmato, fuori dal socialmente accettabile, fuori da qualsiasi cosa non ci appartenga. Lo si può fare anche in fila al supermercato! Ed è proprio quello che Chris impara nei due anni in viaggio, ma in particolar modo negli ultimi mesi. Ed è quello che cerca di dirci nelle ultime pagine del suo diario. La vita non è uno scontro tra te e gli altri, tra te e la Natura. La vita è armonia con tutto il resto.

Il film Into the wild più di tutto ci lascia questo: non un manifesto sociopolitico ma l’immortale inno alla vita e alla libertà che Alex Supertramp sbatte in faccia, con irriverenza e contagioso entusiasmo, alle persone che incontra lungo il percorso e quindi allo spettatore.

 

di Alessia Carmela De Angelis